Reindustrializzare l’Europa, un’opportunità da non perdere.

 In Naturworld

La pandemia ha portato a galla i rischi della delocalizzazione. Controllare tutta la catena del valore consentirebbe di eliminare la dipendenza dal Far East, creare occupazione e rimetterci al centro dello scacchiere mondiale.

Dopo il Covid nulla sarà più come prima nel commercio mondiale. Ma la causa non andrà cercata nel virus. L’epidemia ha solo fatto emergere la fragilità della supply chain mondiale. Una debolezza che già esisteva e che è dovuta allo sviluppo delle cosiddette economie emergenti. Che tanto emergenti non sono più. Anzi, sotto molti aspetti le si potrebbe tranquillamente definire “emerse”, anche perché sono riuscite a spostare il baricentro dell’economia mondiale nell’area del Pacifico.

Se per trent’anni il Sud-est asiatico è stato la fabbrica del mondo, adesso molti di quei Paesi sono diventati economie mature con una consistente classe media, che sta iniziando a consumare. E per la Cina questo significa che si è creato un mercato interno da centinaia di milioni di consumatori. Dunque, le merci che prima erano prodotte per i mercati occidentali, ora rimangono all’interno dei confini nazionali. Solo la produzione in eccesso prende la via dell’estero.

Questa, dunque, è la vera causa delle difficoltà di approvvigionamento di molte industrie europee e non il Covid-19. E se il virus è destinato prima o poi ad andarsene, il problema delle forniture non può che peggiorare. Con importanti conseguenze per il sistema economico occidentale.

Innanzitutto, dovremo fare i conti con un inevitabile rialzo dell’inflazione. Secondo la legge della domanda e dell’offerta quando quest’ultima si riduce i prezzi salgono. Ed è quello che sta già avvenendo in molti settori, soprattutto per quel che riguarda le materie prime e i prodotti semilavorati.

I dati in arrivo da Pechino confermano questa evidenza: il cosiddetto factory-gate price index, l’indice dei prezzi franco fabbrica, è balzato dell’1,7% a febbraio, un valore decisamente più alto di quello delle attese degli analisti (+1,4%) e della lettura di gennaio (+0,3%).

Nel nostro settore, quello delle bioplastiche, il fenomeno è ancora più evidente: non solo i prezzi sono saliti, ma in alcuni casi i materiali ordinati non sono addirittura arrivati.

E qui arriviamo alla seconda importante conseguenza della nascita della classe media nel Far East: le possibili interruzioni della supply chain. Un problema decisamente più grave di un rialzo dei prezzi di acquisto.

Per far fronte a questo “imprevisto” esiste solo una soluzione: riportare a casa la produzione. Anche dei prodotti a minor valore aggiunto.

Bisogna infatti essere in grado di controllare tutta la filiera. E un esempio recente e importantissimo di quanto questo sia necessario è arrivato dall’industria dei vaccini: i Paesi che controllano tutti passaggi necessari non hanno avuto problemi a organizzare una rapida ed efficiente campagna vaccinale. Il successo degli Stati Uniti sta tutto qui.

Fortunatamente l’imprenditoria italiana sta dando incoraggianti segnali. Il problema è stato colto e alcune realtà stanno già riorganizzando il proprio business model.

Una spinta al cambiamento deve però arrivare anche dalla politica: è necessario che favorisca e incentivi questa “industrializzazione di ritorno”. Non ne va solo dell’indipendenza economica dello Stato, ma è anche la strada maestra per risolvere il grave problema della disoccupazione, che il Covid-19 ha esacerbato. Oltre a riportare l’Italia e tutto il Vecchio Continente – gli sforzi devono ovviamente essere coordinati a livello continentale, pena il fallimento – al centro dell’economia mondiale. Se veramente vogliamo uscire più forti di prima da questa enorme crisi economico-sanitaria, dobbiamo dunque ripensare la nostra industria e non delegare alle fabbriche del mondo la produzione di quello che ci serve per vivere e prosperare.